Era un novembre a caso

6fa671acb1f0bc4123f8e999f66d1d84.jpgUna nuova e scintillante collana di post ripercorrerà la ricca storia di concerti del padrone di casa. Nessuna raccolta di DVD, niente bollini da infilare gelosamente nelle tasche più inutili del portafoglio, solo la gloria immensa di un blog senza commenti. Prima puntata: era un novembre a caso…

Un novembre a caso, o anche quello del 1996, se per voi fa lo stesso. Era un tredici novembre qualsiasi, meglio se quello del 1996, meglio se verso il tardo pomeriggio, in zona Assago, dalle parti del Forum. Una sera già invernale, un anno già graziato da un concerto che celebreremo presto e con gioia nella collana, una settimana prima del Wild Mood Swings Tour dei Cure, un’ora e mezza in anticipo sul buio che avvolgerà il palco e darà il via al delirio da Pearl Jam. “No Code” non ha convinto nessuno degli adoratori di “Ten” e “Vs.“, ma si è fatto già ampiamente ben volere da chi ha abbracciato “Vitalogy“. Vedder, Gossard, McCready e Ament mancano dal Bel Paese dal 1993, saltando a pié pari l’epoca Mitology (Rockstar, 1994). Allora c’era Abruzzese ai piatti, questa volta sarà Irons a percuotere e scuotere i cuori di una generazione che ha già sentito odore di cimitero attorno alla scena di Seattle.

Forum gremito, c’è ancora voglia di celebrare una messa gioiosa, sperare ancora nell’onda lunga generata da Nirvana e soci. Sono esattamente al centro della bolgia, posizione poco invitante, ma mancano ancora una valanga di punti esperienza “da concerto” che acquisirò nel tempo. Luci giù, ululati e “Long Road” ad aprire le danze. La splendida “Long Road” ad aprire le danze. Sono ancora in una zona indefinita, già sudato, palesemente ricoperto di adrenalina. Poi succede… “Oh please don’go out on me“: un’onda anomala mi getta a ridosso delle prime file, i collegamenti col resto della squadra sono persi, il pavimento trema e sul palco un McCready ancora lontano dalla fase “canotta trucida” alza in cielo l’inno.

La scaletta che seguirà vedrà alternarsi buona parte dei pezzi di “No Code” ad altri già stampigliati nelle menti dei tredicimila accorsi. Trova spazio “Last Exit”. Trova spazio “Porch”. Trova spazio “State of Love and Trust”. Trova soprattutto le voci dell’intero palazzetto “Rearview Mirror”, fisso il soffitto e le luci, trasportato di nuovo dalla marea inferocita, lancio occhiate a Vedder in piena trance da specchietto retrovisore, mi abbandono al ritmo. Le occhiate di una ragazza in prima fila sono, però, decisamente più languide: quando viene portata in salvo dalla security, riesce a stabilire un contatto visivo con il suo beniamino, che le cancella ogni traccia di attività neurale lanciandole l’armonica a bocca con cui ha appena accompagnato “Smile”.

La band saluta con “Yellow Ledbetter”, dopo due “bis”, ricominciando a vivere e spingendo in fondo al terreno le prime pietre su cui costruirà la seconda fase della sua carriera. Più semplicemente, è stato un novembre a caso e un grande concerto.

Era un novembre a casoultima modifica: 2008-05-14T20:13:24+02:00da glassgc
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